Sul treno per Potenza

Le gambe al posto delle ruote di ferro e barrette di cioccolata invece delle traversine, ma con gli stessi occhi sorridenti di curiosità e il cuore che colora le emozioni. Verdi come i pini d’Aleppo, bianche come le montagne e le stalattiti di ghiaccio nelle gallerie e rosse come le foglie secche ancora attaccate ai cerri. Questa volta abbiamo viaggiato insieme ai ciclisti sulla rotta del treno per Potenza.

 Mi ero appena alzato quando ho messo il naso fuori dalla finestra. Con disappunto ho sentito il freddo che un forte vento spazzava insieme alle nuvole in fuga poco al di sopra della mia casa. Non osavo nemmeno sperare che sui 900 metri di Abriola il cielo fosse clemente.
E invece mi sbagliavo, perché la verde valle dove scorre il torrente Marsicano è protetta da una cornice di monti che tengono a bada i venti regalando giornate splendide, come quella che abbiamo avuto noi.
Noi che lasciamo la macchina per andare a piedi e in bici. Oppure, in via eccezionale come questa volta, per prendere il treno.
Dal casello di Santa Margherita il nostro trenino del passato ci ha portati verso Monteforte, tra querce e ginestre, caselli fantasma, brevi gallerie e ponti in cerca di un senso.
A sinistra troneggia su un poggio roccioso l’abitato, circondato dalle bianche cime del Volturino, del Monte Arioso e di Pierfaone.
Rosa ha sfoggiato la t-shirt verde sgargiante del Falco Naumanni. Superati gli amici ciclisti, fermi a riparare il cambio, abbiamo raggiunto la testa della carovana impegnata a conversare nel cortile d’attesa, per tuffarci nel buio del tunnel più lungo.
Ai nostri piedi un bianco inatteso: d’inverno l’acqua che gocciola dalle pareti si ghiaccia formando lunghe stalattiti che poi si staccano a lastricare il pavimento.
Forse ci vorrebbe un casco per attraversare il ghiaccio nascosto in agguato.
Ma il treno per fortuna filava liscio e, tornato allo scoperto, ha incrociato un grosso trattore carico di legna. Cose grosse e cose piccole, come l’elleboro, gli zafferanetti, le violette e le scille bifolie.
Abbiamo abbandonato il sedime per intraprendere la via dei pellegrini che porta al santuario quasi in cima.
Man mano che salivamo sui manti erbosi incontro ai pini d’Aleppo, ci raggiungevano sempre più forti folate di vento.
Al santuario, Maurizio e Oreste hanno rinnovato l’accoglienza del tè e dei frollini al finocchio, questa volta per offrirci notizie del tempio affrescato da Giovanni Todisco, dove s’inginocchiarono i monaci con la spada dell’Ordine Templare. Una croce rossa inscritta in un cerchio è il segno del loro passaggio.
Faceva troppo freddo per proseguire verso l’alto e poi ha cominciato a piovigginare.
Alla cima che guardava dritto alla perturbazione di Nord-Ovest abbiamo preferito guadagnare in anticipo le vie bagnate del paese e soprattutto la cioccolata di San Valentino. Nero dolce e gocciolante per consolarci del freddo e dell’acqua patiti e congedarci con voluttà dalla quarta giornata. Quarta per le ferrovie dimenticate e quarta per il calendario dell’anno dei falchetti naumanni.
 
Cosimo